MONTE PRENA - via dei laghetti - 21/11/2010 | Stampa |
Scritto da Claudia   


L'uscita di oggi va a finire male e non me la sento di raccontare lo spirito gioioso con cui è cominciata.
Abbiamo commesso il grave errore di sottovalutare le condizioni meteo e la montagna non perdona.
Ecco i fatti.
Con Mimmo ci vediamo su a Campo Imperatore. Decidiamo di salire al Prena per la Via dei Laghetti.
Nei pressi del bivio per Santo Stefano, lasciamo la mia auto e incontriamo tre ragazzi di Roma, che hanno la nostra stessa meta. Il cielo è azzurro e c'è il sole, ma su tutta la catena orientale c'è un bel cappello bianco di nubi.

Alcune foto che seguono (quelle di dimensioni più ridotte) sono state scattate da Guido, uno dei tre amici di Roma. Le sue foto sono state preziose per rendere più completa la relazione. Chi volesse vedere le restanti, può cliccare qui.



Mentre Guido, Marco e Marco traversano la piana per raggiungere l'attacco della via...


... noi andiamo a lasciare l'auto di Mimmo nei pressi della miniera.
Le previsioni per il pomeriggio non sono buone e la normale del Prena scende proprio qua.

L'auto sembra parcheggiata nel deserto.

Lasciamo questa canala... aggiriamo le Veticole...


...e raggiungiamo l'altra canala.



"Mi sembra di essere sull'Aconcagua!" dice Mimmo, davanti a questo scenario.


All'attacco della via ritroviamo i nostri amici.

Mimmo prende subito a salire di buona lena.

I laghetti sono al loro posto.


Giunti al primo salto di roccia ci imbraghiamo. Fin qua è la solita arrampicata facile dell'estate.




Man mano che saliamo di quota, però, aumenta la neve e le rocce bagnate rallentano il ritmo della scalata.








Anche sui passaggi più facili, siamo costretti per prudenza ad usare la corda.


Mimmo mi fa notare che le difficoltà sono proprio quelle di una vera salita in invernale.
Fin qui abbiamo arrampicato a mani nude, ma ora è arrivato il momento di infilare i guanti.



Nel frattempo il cielo si va coprendo sempre più. Non ce la sentiamo di affrontare tutti i passaggi di roccia in discesa, ci vorrebbero interminabili manovre di corda. Perciò decidiamo di raggiungere la cima, per scendere poi dalla via normale. Man mano che saliamo però il tempo peggiora.


Le rocce sono ricoperte di uno strato misto di neve e ghiaccio. Procediamo con piccozza e ramponi.





Ormai siamo entrati nella nuvola. Si sta facendo tardi e la preoccupazione per la situazione in cui ci troviamo prende il posto dell'entusiasmo. All'uscita dalla Via dei Laghetti veniamo investiti da raffiche di vento gelido, la visibilità è scarsa e il percorso per la vetta si fa più difficoltoso del previsto. Mimmo crolla a terra per la stanchezza e fa una sosta lampo per mettere qualcosa sotto i denti. Hai ragione, per la fretta nessuno ha pensato a mangiare.

Aggirando salti di roccia (che in estivo non avevo mai notato), raggiungiamo finalmente la croce.
Sono le 14.40 ed è terribilmente tardi.


Ci buttiamo veloci sull'altro versante, dove so che scende la normale.
La visibilità è scarsa, nonostante il vento. La neve copre tutto e a fatica riusciamo a scorgere qualche segno della via.

Scendiamo fiduciosi di arrivare presto alla cresta per Vado Ferruccio, ma perdiamo la traccia. Istintivamente so che devo andare verso destra, ma proprio da quella parte sembra impossibile che passi un sentiero, si vedono solo rocce inclinate sommerse dalla neve. Se solo si aprisse un pò questa cappa bianca, sono sicura che riuscirei ad orientarmi. Sono passata di qua tante altre volte! Continuiamo a scendere tenendoci al centro del canale, ma presto incappiamo in un salto di roccia, che ci costringe a tornare indietro e a risalire all'ultimo bollo individuato della via. Nel frattempo sta calando il buio e decidiamo di chiamare in aiuto il Soccorso Alpino (sono circa le 16.30). Guido, grazie al GPS, fornisce le nostre coordinate cartografiche e la macchina dei soccorsi si mette in moto.
Ormai siamo in piena bufera e il vento gelido non ci da tregua. Decidiamo di scendere un pò di quota alla ricerca di un riparo. Questo piccolo spostamento ci costa caro. Il vento è talmente forte da costringerci a procedere carponi nella neve. Finiamo per bagnarci completamente. Scaviamo nella neve a ridosso di una grossa roccia, ci mettiamo seduti stretti gli uni agli altri sopra agli zaini e ci copriamo con i teli di sopravvivenza. Abbiamo tutti la frontale, anche se la neve col suo biancore attenua l'oscurità della notte. Le mani dentro i guanti bagnati sono intorpidite e insensibili e ogni semplice gesto, anche solo sistemare un rampone, diventa difficilissimo.



Il freddo è insopportabile e scongiuriamo l'idea di dover passare tutta la notte in queste condizioni. Il nostro riferimento telefonico del Soccorso Alpino, però, ci rassicura che una squadra di venti persone è partita alla nostra ricerca e sta salendo verso Vado Ferruccio. Questa notizia ci infonde coraggio, ma mi sento terribilmente in colpa all'idea che venti persone si stiano buttando in questo inferno per venire a recuperare noi.

Quello che ci siamo raccontati nell'attesa appartiene solo a noi.
Ognuno di noi ha dato tutto se stesso per trovare una soluzione ai problemi che di volta in volta si sono presentati e per aiutare gli altri del gruppo. Nessuno ha perso la calma e la forza d'animo, siamo rimasti uniti anche nei momenti più difficili e questo ci ha aiutato a tornare tutti a casa.
Ad un tratto sentiamo delle voci nel vento e tutti insieme ci mettiamo ad urlare più forte che possiamo. Stanno arrivando! Continuiamo così per un pò, poi ci rimettiamo in marcia per risalire al solito ultimo bollo del sentiero. Finalmente vediamo una fila di luci che vengono nella nostra direzione e guarda caso proprio da dove intuivo si dovesse passare e dove sembrava impossibile. Ci raggiungono e ci invitano a scappare via subito per toglierci dalla bufera (ore 21,00). Sulla cresta per Vado Ferruccio (maledettamente lunga), il vento ci costringe a camminare appaiati e il ghiaccio che mi si deposita sulle lenti degli occhiali mi impedisce di vedere dove metto i piedi. Barcollo come ubriaca e perdo di vista gli altri del gruppo. Gli uomini del Soccorso però mi sono vicini e mi aiutano in tutti i modi possibili.
Finalmente al vado ci buttiamo verso la piana di Campo Imperatore, al riparo dal vento, e riesco di nuovo a camminare tranquilla. Tra i soccorritori c'è un medico, che subito sostituisce i miei guanti bagnati con calde moffole e le dita prendono a formicolare dolorosamente. Man mano che scendiamo, mi sembra di uscire da un brutto sogno e di tornare alla realtà. Qui non c'è vento e non fa freddo come prima, mi faccio distrarre dai discorsi dei soccorritori e presto finiamo per raggiungere i mezzi giù alla miniera (ore 22.40).

Non so se basta dire semplicemente grazie a questi angeli che sono venuti a salvarci. Oltre al Soccorso Alpino di L'Aquila, c'erano anche gli uomini della Guardia di Finanza, i Vigili del Fuoco e la Forestale.
Grazie a tutti di cuore.
Mi spiace se in qualche modo ho messo in pericolo la vita di tanti.
Spero che questo racconto possa tornare utile a tutti quelli che, come me, amano la montagna.

 

Marco B. ha provato a segnare su una foto del Monte Prena, la traccia del nostro brancolare alla cieca nella bufera.
Appena posso, vado a piazzare un paletto nel punto in cui si lascia il canale e si traversa per la cresta.

Un abbraccio forte a Mimmo, Guido, Marco e Marco.

 

 

 

Commenti 

 
#1 madrelupa 2010-12-01 08:21
Lupaclà, questa disavventura da voi vissuta sarà quella che più di ogni altra avrà arricchito il tuo bagaglio di esperienza necessario per vivere la montagna con lo spirito giusto. Viva la montagna!!
 
 
#2 Lupaclà 2010-12-01 08:37
Allora sono fortunata!
Non so perchè, ma baratterei volentieri questo bagaglio di esperienza con mani sane e non formicolanti.
 
 
#3 brigante 2010-12-01 11:50
non mi viene tanto da dire se non che il racconto è pieno di sentimento (il sentimento... a volte sembra un perfetto sconosciuto nei rapporti tra persone) e le fotografie molto belle, anche perchè raccontano la gita così bene, che sembra quasi di essere lì.
Un saluto a voi tutti (in particolare ai polpastrelli di Lupaclà) e rimettetevi presto.
 
 
#4 Lupaclà 2010-12-01 18:00
Grazie, brigante. Non sapevo se scrivere o no questa relazione. Eravamo finiti sui giornali, ma come cinque escursionisti anonimi. Ora invece...
In poche ore siamo già a più di 60 visite!
 
 
#5 madrelupa 2010-12-02 12:36
Ciao Brigante! Non ti sembra che sia il tempo di uscire allo scoperto! Urge un incontro ravvicinato!!
 
 
#6 Into The Wild 2012-11-11 18:22
Il Racconto, seppur struggente verso la fine,con la cronaca del soccorso, è molto toccante..in primis perche' sono un innamorato delle montagne come voi, e spesso per qualche scalata trovo spunto dai vostri racconti...e poi perche' lavoro nel 118, nella territoriale di Atessa, ( e con domanda in atto nel cnsas) e le parole che avete speso per i soccorritori, sono davvero confortanti...tante volte avremmo bisogno di gente come voi..che ci sprona ad andare avanti nonostante le difficolta' che abbiamo.
Siete fortissimi ragazzi...con tutta la stima possibile..
 
 
#7 Lupaclà 2012-11-11 23:13
Ci siamo messi nei guai come fessi e ci vieni a dire che siamo forti?
Era un po' che non ripensavo a quel giorno...
 
 
#8 Into The Wild 2012-11-12 07:27
Per me si siete forti..
Comunque non è questione di essere fessi..la montagna ha la sua imprevedibilita ' e i suoi rischi..anche i piu esperti possono incapparci..
 

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