RIFUGIO SAN NICOLA - 21 luglio 2012 | Stampa |
Scritto da Claudia   


Il rifugio San Nicola si trova fuori dalle rotte escursionistiche più frequentate e allora è perfetto per dei lupi selvaggi come noi. Per raggiungerlo dalla Piana del Laghetto ci vuole meno di un'ora e approfittiamo della mattinata libera per andare ad arrampicare alla Vena dell'Aschiero. Le vie sono poche, ma la piccola palestra di roccia è un piccolo paradiso... nascosto all'ombra di faggi secolari e meravigliosamente affacciato sul Corno Piccolo. Non c'è nessuno, i climbers sono tutti sulle pareti della Prima e della Seconda Spalla. 
All'ora di pranzo ci liberiamo di corda, imbrago e ferraglia varia, e andiamo a cercare un posto tranquillo per mangiare lontano dal caos di Prati di Tivo.

Transitiamo veloci sul pianoro erboso a monte della Piana del Laghetto (1650 m),
seguendo una larga traccia...

... che scende sul versante est del crinale dell'Arapietra, verso il bosco.
Il Corno Grande anche con la luce sfavorevole del mezzogiorno ci mostra i suoi fianchi poderosi.

Le vie possibili sono tante e per andare sul sicuro seguiamo il sentiero (segnato di recente) che,
 superato un vecchio edificio mal messo...

... con morbidi saliscendi nel fitto della faggeta...

... finisce per sbucare proprio accanto al rifugio San Nicola (1665 m).

Di proprietà del comune di Isola del Gran Sasso, si tratta di una vecchia costruzione in muratura, antecedente alla seconda guerra mondiale, che ormai serve solo come punto di riferimento nelle escursioni. L'architettura originaria del rifugio aveva la duplice funzione di casolare per pastori e di ricovero per alpinisti. Al piano terra vi erano due locali con due entrate indipendenti e al piano superiore lo spazio riservato agli alpinisti. In seguito il solaio è stato abbattuto per trasformare uno dei locali al piano inferiore in una stalla ad esclusivo uso dei pastori. Per diversi anni il rifugio continuò ad ospitare alpinisti, che vi bivaccavano prima di accedere alle vie alpinistiche del Paretone o prima di salire all'Arapietra, pernottando nel locale munito di camino. Sempre aperto e semiabbandonato, ormai non è che un occasionale ricovero per pastori.

E' un peccato che sia così mal ridotto, perché sorge in uno scenario da favola. C'è il bosco che fornisce riparo e legna, c'è un fontanile poco lontano, e soprattutto c'è una vista mozzafiato su tutta la catena orientale (fino al Monte Camicia)...

... sulla parete est della Vetta Orientale (che fotografo più tardi per evitare il contro sole)...

... e sulle basse propaggini rocciose del Vallone delle Cornacchie, che mai avevo ammirato da questa prospettiva. Accidenti che spettacolo... mi scappa un aaaaahuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuu!!!!!!!
 E' la vista che si trovarono davanti i primi coraggiosi che salirono al "Monte Corno" dal versante teramano.

Il sole picchia forte e l'ombra del Paretone è allettante e a pochi passi.
Traversiamo i prati per raggiungerla e incappiamo in un grosso nevaio. Siamo lì a interrogarci sul suo spessore, quando sentiamo il caratteristico fischio d'allarme dei camosci. 

Al di là del nevaio, infatti, c'è un camoscio solitario che ci soffia contro minacciosamente. Che caratterino!!! Anche quando ci avviciniamo un po' alla ricerca d'ombra continua con la sua azione intimidatoria senza allontanarsi di un centimetro. Alla fine si accorge che siamo lupi innocui e riprende a brucare tranquillo. 

L'ombra del Paretone e il fresco proveniente dall'enorme blocco di ghiaccio fanno di questo posto un magnifico ristorante a cinque stelle. Che lupi esigenti, qualcuno penserà... ma quando Sua Maestà si mostra così generoso, noi non possiamo fare altro che accettare il dono e ringraziare. Ci accomodiamo su un grande masso e ci gustiamo frutta e panini.

Il tavolo/masso da pranzo è anche finemente decorato con mazzolini di Sedum hispanicum.

Il Lupo della Laga non si sente al sicuro sotto il Paretone (non abbiamo neanche il casco) e il branco, finito di mangiare, si rimette subito in cammino... con la pancia piena e la voglia di giocare. Lo sperone a valle del Passo delle Scalette sembra una piccola Aiguille Noire.

In alto, sul profilo della montagna e contro il cielo, si scorgono gli escursionisti in fila come formichine.

Invece che tornare al rifugio, saliamo verso l'Arapietra (il sentiero sbuca proprio alla Madonnina) con l'intenzione di tornare alla Piana del Laghetto passando a monte del bosco.

Un operaia al lavoro sotto il sole... il nettare del fiordaliso dev'essere squisito!!.

Nella peonia il fiore ha lasciato il posto ai frutti, costituiti da follicoli tomentosi e rigonfi di colore verde chiaro. Poi a maturità diventeranno scuri e si apriranno per rilasciare i semi contenuti all'interno.

La vegetazione rigogliosa suggerisce la presenza dell'acqua, che si sente scorrere sotto i sassi.

Entriamo nel cono d'ombra della piccola Aiguille Noire.

Ora posso fotografare l'Anticima Nord della Vetta Orientale. Intorno a noi tante piante di lamponi (slurp!). Ne facciamo una scorpacciata con gli occhi puntati sulla parete ad individuare la Cengia dei Fiori... vista da vicino sembra alla nostra portata, ma c'è il rischio alto di smarrire la retta via. Sarebbe opportuno andarci con qualcuno che la conosce bene. Delle frane che ormai tutti temono non è il caso di preoccuparsi: la frana della Farfalla risale al 1897, quella del Quarto Pilastro al 2006, la prossima dovrebbe essere intorno al 2100 (scherzo!!).

Un semprevivo ragnateloso... enorme!!


La luce radente ridisegna tutti i profili... distinguiamo anche la bandiera del rifugio Franchetti.

Ora basta con i lamponi... rimettiamoci in marcia.
Siamo proprio sotto la stazione di arrivo della cabinovia, ma non si sente il vociare della folla.
C'è un bel silenzio, ci siamo solo noi e i cavalli.

Una speronella (fuori fuoco) e per fare la rima...

... una coccinella sulla campanella.

Traversiamo a destra sui prati a monte del bosco... ma prima diamo un ultimo sguardo innamorato a Sua Maestà. La linea ombra-sole mette in risalto la lunghissima cresta Nord dell'Orientale, salita integralmente per la prima volta nell'agosto del 1931 da Domenico e Dario D'Armi insieme a Manlio Sartorelli (1150 m di dislivello, difficoltà D, con passaggi di IV+).

Transitiamo sotto le pareti dell'Arapietra e ripenso alle parole di Raffaele Quartapelle, autore nel 1849 del
"Manuale pel Viaggiatore Naturalista al Gran Sasso d'Italia", l'antesignana di tutte le guide alpine italiane.
"Lasciato a destra il bosco della Pietra Camela, ed a sinistra il bosco del Gran Sasso, si sale il Morgone, falda del Piccolo Sasso; giunto all'estremità del quale il viaggiatore si riposa, ed è questo il punto del primo ristoro.".
Si partiva di notte da Isola del Gran Sasso e all'alba si sostava sul Morgone (l'Arapietra), poi costeggiando le pareti del Piccolo Sasso (il Corno Piccolo) si arrivava alla Sella dei due Corni, al ghiacciaio e da lì alla Vetta Orientale (considerata ancora la più alta).
Sulle rocce del Morgone ho sempre potuto ammirare il volo di falchi e poiane. Scorgo infatti una coppia di gheppi. Uno è di vedetta su un masso, l'altro gli vola intorno facendo mille piroette... sarà un rituale di corteggiamento?

Che fanno tutti quei cavalli in riunione? Che cosa inaspettata!!! Una pozza d'acqua in pieno deserto... sarà meglio passare al largo per non disturbare gli assetati.

Eccoci tornati al punto di partenza.
Cima Alta e il Montagnone sono rimasti gli stessi, è cambiata solo la luce.



 Un grazie di cuore al Lupo della Laga che mi ha mostrato un altro piccolo angolo
del tanto amato Gran Sasso.

Se vuoi venire in montagna con noi vai sul sito www.abruzzoparks.it 

 

Commenti 

 
#1 Lupaclà 2012-08-17 15:57
La Paeonia officinalis era una pianta medicinale molto usata in Europa fino al XVI secolo. Diverse sono le credenze popolari, che le attribuiscono proprietà magiche... dalla proprietà di scacciare demoni dalle case e scongiurare malattie a quella di procurare sogni piacevoli.
Teofraso consigliava la raccolta dei semi e radici solo di notte, per evitare di essere sorpresi dal picchio, che la considerava pianta sacra e sarebbe saltato agli occhi di chiunque l'avesse toccata.

 
 
#2 madrelupa 2012-08-27 11:02
Ho raccolto più di una volta i bei semi neri della Peonia, ma non sono mai riuscita a farli germogliare in vaso. Forse non ho il pollice verde oppure, più semplicemente, hanno bisogno di quel "clima particolare" per riprodursi!
 
 
#3 Lupetto 2012-08-27 14:08
E il picchio si è mai fatto vedere?
Se non hai il pollice verde tu, chi ce l'ha?
 
 
#4 PAOLO 2012-08-28 22:08
e noi abbiamo bisogno di poli...... intelligenti che si prendano cura delle montagne.......e dei punti di sosta e riposo..... Quel posto farebbe schi........financo ai padroni di quei luoghi. Il silenzio è semplicemente favoloso....e solo la montagna o il profondo oceano sanno "darli".
 
 
#5 lupo della laga 2012-08-31 14:28
un altro Gran Sasso... selvaggio e solitario... come il camoscio. Grazie a Lupaclà per la sua sete di avventura...
 
 
#6 Lupaclà 2012-08-31 15:05
Questi nevai sopravvissuti al caldo africano mi commuovono...
Un tempo, quando ancora non c'erano i frigoriferi, c'era chi lavorava all'industria del freddo. Da maggio a settembre, dai centri di conservazione (le neviere) o di prelievo (nevai), la neve arrivava nei centri costieri abruzzesi e pugliesi (dove veniva acquistato e usato per conservare il cibo, per fare sorbetti o anche solo come rifornimento d'acqua) in sacchi caricati su carri trainati da animali da tiro. I sacchi erano ricoperti di paglia e protetti da intercapedini riempite di sale o segatura. I proventi dovevano essere considerevoli, considerato che i comuni pedemontani affidavano il servizio al miglior offerente, dopo una regolare gara d'appalto.

 
 
#7 PAOLO 2012-08-31 17:03
questa neve arrivava anche a Napoli, alla grande... corte dei Borboni.......un altro dato per "sentirci uniti".......oppure no?
 
 
#8 Lupaclà 2012-08-31 20:32
Ma certo! Siamo tutti della stessa famiglia del Lupo appenninico!
 
 
#9 PAOLO 2012-09-01 17:13
oppure del Lupo dell'Irpinia..........
 

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