MINIERE DI BITUME - GROTTA DELLA LUPA

 

 Madrelupa conserva fra le sue carte, ormai da molti anni, immagini storiche che una gentile signora di Lettomanoppello (PE) le ha fornito.

Sono immagini un po’ sfocate che hanno, però,  la capacità di rievocare  prepotentemente un’epoca trascorsa di cui ormai sono in pochissimi, molto anziani, ad avere un ricordo diretto.

“L’epoca delle miniere di bitume della Majella”

Periodo storico di cui il prof. Marcello Benegiamo , nel suo articolo pubblicato su PROPOSTE E RICERCHE,  fascicolo semestrale a cura delle Università di Chieti-Pescara et altre (anno 2012), n. 69, “L’oro della Maiella:industria mineraria e quadro ambientale nell’Appennino abruzzese dall’Unità all’età Giolittiana”, descrive l’estrema complessità  e gli avvicendamenti di società straniere attirate dalla ricchezza dei giacimenti minerari asfaltici e bituminosi della Majella. L’attività estrattiva si è protratta, dal lontano 1864, fino al 1956, modificando in maniera permanente il territorio, le falde acquifere e la struttura economica e sociale di intere vallate e paesi della Majella.

Le località riportate sulla storia, insieme ai nomi delle miniere, sono familiari a Madrelupa, che ha percorso in lungo e in largo tutte le vallate della Majella. Affascinata, va a riscoprire i luoghi che l’avevano incuriosita per l’evidente presenza di tracce  e ruderi significativi. Scopre che ci sono altri appassionati di questa materia e, insieme a loro, incomincia a seguire un filo incantato di ricerca che apre infinite meravigliose avventure esplorative.

Le immagini che hanno dato il via: colata di bitume in miniera nell'agosto 1956.

 

SAMA – vagoni e materiali di scarto.

 

Miniera 1948.

 

Costruzione di cavalletti di teleferiche.

 

In località S. Giorgio, insieme a Lupaclà, Madrelupa ha ammirato la Chiesa di S. Giorgio e l’annesso monastero ristrutturato dal comune di Roccamorice (PE) nel 2003. Purtroppo mostra già segni di abbandono.



 
Intorno, segnali di pericolo fanno capire che siamo in un sito minerario, ma è tutto abbondantemente ricoperto da lussureggiante vegetazione. Intravediamo tra gli alberi spogli del bosco un traliccio rugginoso di teleferica.


 

Nel bosco di Abbateggio nere bocche di gallerie testimoniano passate attività.


 
Lungo la Valle S. Angelo un grosso androne, da cui vola via un gufo, sembra inizialmente una grotta, ma basta affacciarsi all’interno…


 
... il cartello non lascia spazio ad equivoci: Miniera Vaccareggia.

Sui piani alti di Acquafredda resti eloquenti di scavo con grossi cumuli di “pietre nere” o “cotte” (così venivano chiamati i residui sfruttati di rocce frantumate).






 

Dal libro ALBA scritto da Alessandro D’Ascanio:… Il distretto minerario inizialmente preso in considerazione era la località di Acquafredda situata su una specie di altopiano a diversi chilometri di distanza dal paese di Roccamorice. Questa collocazione rendeva necessario costruire strade di accesso inesistenti e costruire un elettrodotto che vi recasse l’energia elettrica. L’approvvigionamento di materiali da costruzione, di traverse per le ferrovie, di forni per la distillazione si rivelò difficile per l’avvicinarsi del fronte delle operazioni belliche. In breve i tedeschi occuparono i cantieri nell'8 settembre 1943, bloccando i lavori e, anzi, permettendo alle popolazioni vicine di depredare i materiali di costruzione degli impianti estrattivi e tutto ciò che si trovava nei locali adibiti a uffici e alloggi del personale. Nell'assemblea straordinaria degli azionisti  tenuta il 10 gennaio 1944  venne decisa e formalizzata la messa in liquidazione dell’azienda.  Il progetto ALBA, voluto come tentativo di industrializzare un settore dell’economia nazionale, ebbe breve vita ed un brusco arresto a causa delle vicissitudini belliche.

La miniera in assoluto più fantastica è quella di Pilone.




 
Posta nella forra, quasi all'incrocio tra il fosso S. Angelo e il fosso Cusano, è accuratamente sbarrata, ma già uno sguardo attraverso le sbarre rivela le caratteristiche: ferrovia a scartamento ridotto su cui un trenino spingeva i vagoni vuoti fino a pozzi di carico posti più in alto, addirittura in corrispondenza degli scavi della miniera di S. Giorgio. Famoso il Pozzo Arno che prendeva il nome dall'ingegnere tedesco della società Reh, Arno Reichenbach. Per capire meglio le dimensioni del trenino, nel museo in piazza ad Abbateggio ce n’è un esemplare.

 
Successivamente la ferrovia scendeva lungo il fiume Lavino, inizialmente in una galleria  costruita dentro la parete rocciosa sul lato sinistro orografico della forra. Si intravede la finestra.


 
Il residuo di un ponticello “tibetano” in metallo che i minatori utilizzavano per raggiungere gli scavi sul lato opposto del fiume.

 
Sulla destra orografica del Lavino, giusto a valle di Lettomanoppello, c’erano gli scavi di Piano dei Monaci. In questa località si accentravano tutti i minerali estratti dalle miniere di S. Giorgio, Cusano, Pilone e venivano trasportati a valle con il trenino, fino agli stabilimenti di lavorazione di Scafa, che all'epoca era la stazione di San Valentino.

I resti presenti nel bosco su questo piano di lavoro fanno pensare di essere in un museo all'aperto di Archeologia Industriale.








 



 
La miniera rimasta attiva più a lungo è quella di Foce – Valle Romana.  Anzi è attiva ancora oggi per l’estrazione di materiali inerti. Vista da Google Earth.

 
Foto storiche.



 
Attualmente sono riconoscibili le torri da cui partivano le campate delle teleferiche e i gradoni interni sono ricoperti  di vegetazione spontanea; sono visibili tutti gli imbocchi di gallerie.

 


 


 





 
Alla base, arrivo dei vagoncini delle teleferiche, ci sono tramogge mobili per scaricare le diverse tipologie di minerali.



 

Verso Fonticelli…


 



 
Sulle tracce della miniera antica di S. Spirito, insieme agli amici del Gruppo di ricerca di Archeologia Industriale della Majella, abbiamo coronato il sogno più ambito di un esploratore. Abbiamo trovato una grotta sconosciuta. Nel territorio di Roccamorice, in fondo ad una galleria della miniera di Ripa Rossa, dopo un crollo, si è aperta una visione incredibile: un lungo meandro pieno di concrezioni di ogni forma.

L’abbiamo chiamata "Grotta della Lupa". Soltanto qualche immagine, quelle scattate da Madrelupa. Le immagini bellissime verranno fuori via via che ne sarà completata l’esplorazione da parte degli speleologi che la stanno studiando.















 




 

Madre Lupa ringrazia gli amici presenti alla scoperta con cui ha condiviso questa specie di sogno ad occhi aperti: Dino, Antonella, Gabriele, Giulio, Federico, Mariella, Pino, Tommaso, Andrea, Giuseppe, Alberto.

Altre immagini della Grotta della Lupa le puoi trovare sul sito www.abruzzoparks.it 


 

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